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venerdì 2 agosto 2013

Giustizia è fatta: Il trionfo dell’ipocrisia

Abbiamo detto e scritto più volte della forzatura sistematica in atto nei nostri Tribunali per non applicare la legge 54/06: abbiamo analizzato per anni  e documentato dettagliatamente le strategie di aggiramento della norma,  abbiamo monitorato decreti e sentenze che del “condiviso” hanno solo il nome, abbiamo raccolto dossier da depositare in Parlamento, abbiamo dimostrato nelle audizioni alla Camera e al Senato la mancata applicazione della legge tradita, abbiamo effettuato ricerche pubblicate su portali e riviste scientifiche, abbiamo elaborato da anni relazioni da presentare in decine e decine di seminari e corsi di formazione per avvocati … 
Conoscendo quindi nei minimi dettagli le dinamiche di autolegittimazione del Sistema, pronto alle più ardite acrobazie dialettiche pur di giustificare il proprio accanimento nel replicare il modello di affidamento esclusivo, dovremmo ormai essere al riparo da ogni sconcerto nell’acquisire nuovi elementi di valutazione.
Non è così: non riusciremo mai ad abituarci alle assurdità che sanno partorire alcuni tribunali.
L’ultima - in ordine di tempo, non certo di assurdità - è dell’aprile 2013.

Il procedimento non è esaurito, quindi preferiamo alterare i nomi delle persone coinvolte ed omettere gli estremi dei professionisti, per non rendere identificabili le parti ed i rispettivi legali, ne’ il CTU e/o il tribunale competente. Per ora.

I fatti - si separa una coppia atipica: Anna lavora regolarmente a contratto, Mario saltuariamente in nero.
Anna e Mario hanno due bambini ed hanno raggiunto questo equilibrio: è il padre che si occupa principalmente dei figli, in assenza della moglie impegnata al lavoro.
Si tratta di una scelta obbligata, che dipende dal fallimento della ditta presso la quale Mario era impiegato. Ora lavora un paio d’ore al giorno quando capita, ma il suo ruolo domestico è tanto prevalente che la stessa Anna lo definisce “casalingo”.   
Il Giudice non prende atto della situazione, non valuta nel caso di specie quale sia la figura di riferimento per i figli, non decide di conseguenza, non si assume alcuna responsabilità; nomina l’immancabile CTU, delegando ad altri il compito di uniformarsi all’orientamento prevalente che prevede come “migliori” le misure standard: casa, assegno e figli ad un genitore e un mortificante diritto di visita all’altro, quale perfetta replica dell’affido esclusivo.
Il CTU però non si limita a seguire il copione preferito nei nostri tribunali, ma rileva ciò che chiunque - quindi anche lo stesso Giudice - avrebbe potuto rilevare: nella coppia presa in esame i compiti di cura della prole vengono svolti prevalentemente dal padre.
In ragione dell’estrema flessibilità dei suoi lavoretti saltuari, combinata con i turni anche serali e notturni della madre, è Mario ad occuparsi della quotidianità dei figli, dal risveglio ai pasti, dalla scuola alle attività extrascolastiche.

Il CTU infatti nella relazione scrive:




Il CTU ribadisce ulteriormente il concetto


Quindi conclude rispondendo al quesito del Giudice


Ma la conclusione non piace al Giudice, che la stravolge.
Attendeva dal CTU conclusioni diverse ?
Sperava in un appiattimento sulle misure standardizzate da decenni ?
Sperava in una legittimazione dei preconcetti prevalenti?
Sperava di essere supportato nel proprio favor per il modello di affido esclusivo?  
Si tratta solo di ipotesi, non è dato di sapere quali fossero le aspettative del Giudice al momento di chiedere il parere tecnico.
Resta il fatto - incontestabile - che ignora le indicazioni del CTU e ne stravolge le conclusioni.   
L’ordinanza recita infatti:



Che scandalo inaccettabile, i figli conviventi col padre !
In costanza di matrimonio è una realtà consolidata all’interno di questa coppia, lo scandalo è che possa accadere anche in caso di separazione.
Al Giudice proprio non va giù, deve trovare una motivazione per gettare alle ortiche le conclusioni del CTU. Eccola.  


Fenomenale davvero!
La collocazione dei figli presso il padre penalizzerebbe la madre, quindi per dirla col Manzoni “non s’ha da fare”.
Poco importa che sia positiva per l’equilibrio dei figli, poco importa che garantisca continuità in quanto è Mario il genitore di riferimento quotidiano, poco importa che i principi di stabilità sia emotiva che di vita siano legati alla figura paterna, poco importa che la madre sia oggettivamente impossibilitata ad occuparsi dei figli in misura uguale a ciò che oggi fa il padre …
La forma mentis della maggior parte dei Giudici è arroccata sull’inscindibilità del binomio madre-figli, migliore sempre, migliore ovunque, migliore a prescindere dalle caratteristiche individuali e di coppia delle parti, migliore anche negando l’oggettività dei fatti, migliore per postulato.
Non riuscendo a liberarsi da preconcetti tanto radicati, troppi Giudici si dimostrano creativi nel rispolverare motivazioni dozzinali o coniarne di nuove, al solo scopo di giustificare misure preconfezionate.
Infatti, come abbiamo quintali di ordinanze farcite da “i bambini non sono pacchi postali” e “non è importante la quantità ma la qualità del tempo trascorso con i figli”,  ecco che abbiamo anche “dandoli al padre verrebbe penalizzata la madre”.
In spregio del superiore interesse del minore.
Quindi il Giudice conclude:


Et voilà, giustizia è fatta!
L’approccio del Giudice è sbagliato, grossolanamente sbagliato: il diritto di famiglia non considera un premio il collocamento della prole e, allo stesso modo, non considera una penalizzazione il mancato collocamento.
Il focus è sul diritto del minore, non sulla gratificazione dei genitori.
Può un Giudice ignorare questo principio fondamentale?
Vorremmo porre all’illuminato Giudice una serie di domande, ma sappiamo che dall’alto della sua torre d’avorio non risponderà mai.

Non deve essere penalizzato chi è fuori casa per lavoro.
Ok, ma il principio è simmetrico o unidirezionale? Vale cioè sia per una lavoratrice che per un lavoratore? A ruoli invertiti, cosa accade? È in grado il Giudice di citare un suo provvedimento che colloca i figli presso il padre con la motivazione “per non penalizzarlo del fatto che lavora e non può occuparsi stabilmente dei figli”?

L’ordinanza, anche nelle motivazioni, sembra conformata più ad un eccesso di scrupolosa garanzia per i privilegi di un genitore che non al rispetto delle reali esigenze della prole.
Che fine fa il diritto dell’infanzia alla stabilità, privando i bambini di quella che attualmente è la figura genitoriale di riferimento? 

Ancora: le frequentazioni padre-figli sono stabilite in maniera apparentemente ampia, ma concretamente aleatoria.
La formula “quando vorrà, previo accordo” è quanto di più rischioso possa esistere, ne è a conoscenza il Giudice? È sufficiente che non ci sia accordo su date ed orari,  ed ecco che quando vorrà si trasforma in mai.
Si tratta di una strategia ben rodata, messa in atto da chi vuole consumare vendette, chi tende ad escludere un genitore dalla vita dei figli ed aspira a fare degli stessi una proprietà esclusiva.
È a conoscenza il Giudice della casistica relativa agli attriti generati dal previo accordo?  Sa che con tale formula conferisce una sorta di diritto di veto al genitore convivente con la prole? Per quale motivo non essere imparziali scrivendo previa comunicazione?
Un genitore comunica all’altro che prenderà i figli, punto. Nulla di imprevisto, nulla di destabilizzante, si tratta di una consuetudine che verrà reiterata centinaia di volte negli anni a venire. L’imprevisto semmai è la comunicazione che è impossibilitato a prenderli perché ha 39 di febbre, perché ha avuto un incidente o altro.
Non è costretto a chiedere il permesso cercando un accordo, avviando ogni volta una trattativa su mezz’ora in più o mezz’ora in meno, chiedendo accesso a chi si considera proprietario della prole.   
È a conoscenza il Giudice che subordinando ogni volta le frequentazioni al raggiungimento di un accordo crea un potenziale focolaio di conflittualità? Sa che con tale formula rafforza l’asimmetria tra genitore prevalente e genitore marginale? Uno che è costretto a chiedere e l’altro che decide se, quando e come concedere, restaurando esattamente ciò che il Legislatore intendeva eliminare con la novella del 2006.
Frequentazioni significative e costanti sono un diritto dei minori, non degli adulti.
Subordinarle ad un accordo tra le parti confligge con la stessa ratio del principio di bigenitorialità.

Altra osservazione sulle spese extra che un genitore dovrebbe versare all’altro nella misura del 50%.
Si tratta dell’ennesima stortura generata dal favor per il modello di affido esclusivo, dal quale il condiviso finge di discostarsi.
Cosa impedisce che anche il genitore non coabitante possa (o debba?) affrontare delle spese per far fronte ai bisogni dei figli? Cosa impedisce che possa farlo in prima persona, senza essere obbligato a delegare al genitore prevalente i compiti di cura?
Un bambino frequenta la palestra di pallavolo; è il padre che ne cura tutti gli aspetti, dal pagamento della retta mensile, all’accompagnamento agli allenamenti, all’acquisto dell’attrezzatura necessaria.
Capita l’imprevisto di un piccolo infortunio, una caviglia appoggiata male e arriva la distorsione. Il fisioterapista consiglia l’applicazione di un gel e l’utilizzo di un tutore per 20 gg.
È libero il padre di entrare in farmacia ed acquistare il tutore, o è obbligato a delegare la madre? E soprattutto, ha diritto a chiedere un rimborso pari al 50% delle spese sostenute?
Se la spesa non coperta dal SSN viene effettuata dalla madre il padre deve contribuire, questo è previsto dall’ordinanza; ma non è previsto che a ruoli invertiti anche la madre contribuisca.
Due pesi e due misure, un topos nei nostri tribunali.
Qualsiasi spesa extra, anche effettuata nell’esclusivo interesse dei minori, è considerata un regalo se fatta dal genitore non convivente con i figli?
Perché non essere imparziale, scrivendo “ciascun genitore corrisponderà all’altro, etc”, invece di  circoscrivere alla madre il diritto di essere rimborsata, come diretta conseguenza del conferimento di un ruolo egemone nel soddisfacimento delle esigenze della prole?
Un’altra miopia giudiziaria, dalla quale poi non bisogna stupirsi se nascono attriti.
Ma soprattutto un altro retaggio dell’affido esclusivo, del quale troppi Giudici non riescono proprio a liberarsi. Un genitore deve essere prevalente rispetto all’altro, non riescono ad abbandonare questo modello e non riescono ad assimilare il principio di bigenitorialità.  
Poi salta fuori la solita solfa: che possiamo fare, si sa che i genitori sono conflittuali
L’ipocrisia risiede nel fatto che nessuno vuol vedere l’erogazione di una serie di misure che acuiscono le occasioni di conflittualità, in alcuni casi le creano dal nulla.
Il Sistema si autoalimenta: creando il problema, crea anche il diritto di potersene occupare.

Proponiamo da anni un esperimento: esaminare i casi con i dati oscurati.
Di ogni genitore viene descritto il comportamento nei confronti della prole e dell’altro coniuge, le caratteristiche reddituali, le istanze ed ogni altro dettaglio utile, senza però specificare se si tratti della madre o del padre.
Le decisioni vengono prese su dati oggettivi ed impersonali, eliminando soggettività e pregiudizi di genere.
Solo dopo l’omologa vengono aggiunte le generalità delle parti.
È un esperimento impossibile da realizzare? Forse, ciò non toglie che i risultati sarebbero interessanti.
Siamo sicuri che ogni provvedimento preso nei tribunali Ordinari e per i Minorenni, nelle Corti d’Appello ed in Cassazione, ricalcherebbe fedelmente quanto stabilito dal 2006 ad oggi?
In sostanza, l’imparzialità di giudizio rimane pura o è inquinata da pregiudizi sessisti? 
Nel caso di specie, se il Giudice avesse esaminato gli atti senza conoscere le generalità delle parti, le conclusioni sarebbero state le stesse?
Un genitore lavora stabilmente, con turni che ruotano fra mattutini, pomeridiani e notturni, cosa che gli impedisce oggettivamente di occuparsi della prole in maniera stabile e continuativa; l’altro non ha un impiego stabile e si occupa di tutte le esigenze dei figli, ordinarie e straordinarie.
Secondo logica, oltre che secondo giurisprudenza consolidata, presso quale dei due è meglio collocare i bambini?
Quale Giudice, senza conoscere le generalità delle parti, si arrampicherebbe sugli specchi disponendo la collocazione proprio presso il genitore che non può occuparsi dei figli?
Ma i nomi c’erano, quindi … imparzialità: non pervenuta.

Sorprende l’influenza del pregiudizio in un campo nel quale sarebbe necessaria la massima oggettività.

Il Magistrato come prerequisito imprescindibile deve essere un modello di imparzialità, se non vi riesce non sarebbe meglio che facesse altro?
C’è tanto bisogno di agricoltori, falegnami, elettricisti, idraulici, maestre, infermiere … tutti mestieri più che dignitosi, utili, remunerativi … non è obbligatorio entrare in Magistratura quando non si hanno i requisiti di imparzialità indispensabili all’esercizio del mandato.
Perché indossare per forza la toga, quando in certi casi sarebbe meglio una bella tuta da meccanico?
Non serve appellarsi alle figure di Falcone e Borsellino, come immancabilmente viene fatto ogni volta che si prova a sollevare critiche sull’operato di qualche Magistrato.
Come in ogni categoria ci sono gli eroi, è vero, ma ci sono anche le mezze calzette.
La Magistratura annovera sicuramente delle eccellenze, ma anche tante, troppe gravissime incapacità dalle quali sortisce l’effetto di fare a pezzi sia il Diritto che i diritti.
Soprattutto dei minori.

Fabio Nestola









Va in scena l’odio antimaschile della Faiella

Va in scena l’odio antimaschile della Faiella

Alessandra Faiella si indigna su ilfattoquotidiano.it perchè Le Iene hanno osato intervistare alcuni padri ridotti in disgrazia
in rosso alcuni stralci del suo articolo, in nero le contestazioni 

La misoginia sta tornando di moda: alle Iene, un tempo programma “progressista” e politicamente corretto, nella puntata del 5 maggio, un’associazione di padri separati accusa le ex mogli delle peggiori nefandezze, prima fra tutte quella di ridurli sul lastrico

Dove sarebbe nel servizio l’associazione di padri separati?
Enrico Lucci intervista alcuni separati che non hanno un posto dove dormire. Uno vive in macchina, gli altri nella casa del papà: una struttura del Comune di Roma voluta da Sveva Belviso, vicesindaco ed assessore ai Servizi Sociali, non certo una pericolosa esponente dei terribili padri separati. 
Poi il delirio della Faiella rompe gli argini: prima il programma Le Iene era politicamente corretto, non lo è più perché ha osato parlare dei padri.
Giusto, che diamine.
Decine e decine di trasmissioni devono parlare solo di madri,  analizzare i problemi delle madri, il disagio delle madri, le paure delle madri, le violenze subite dalle madri, le difficoltà economiche ed organizzative delle madri, gli ostacoli nel conciliare maternità e lavoro, le difficoltà nel conciliare lavoro domestico e carriera, etc.
Quindi bisogna ospitare donne negli studi tv ed intervistare donne nelle strade, invitare associazioni di donne, ascoltare esperti che parlano di donne e tuttologi che parlano di donne, su tutte le reti pubbliche e private, ad ogni ora del giorno e della notte.
Fin qui tutto ok, la Faiella evidentemente gradisce. 
Poi una trasmissione si azzarda a mandare in onda un servizio sulle difficoltà anche dei padri, e la Faiella grida allo scandalo.
Curiosa idea di politically correct, no?

I padri separati, alle Iene, negano tutte le statistiche sulle molestie pedofile, da parte dei padri separati, e sulle violenze contro le ex mogli. Tutto falso, tutte menzogne suggerite dal “club delle prime mogli”.

È lecito chiedersi se Alesandra Faiella abbia  realmente visto la trasmissione che attacca, o la stia criticando “al buio”, perché qualcuno le ha chiesto di farlo …
Dice falsità, pure e semplici falsità che nella trasmissione non compaiono affatto
Oltre a dispensare odio cieco ad ogni riga, è in grado di documentare quello che scrive?
Quali sarebbero le statistiche sulle molestie pedofile da parte dei padri separati?
Citare, prego, se è in grado di farlo..
Quali sarebbero le statistiche sulle violenza negate dai padri separati? Citare le fonti ufficiali e soprattutto la parte del servizio nella quale i padri separati le negherebbero.

La generalizzazione contro tutte le ex, e di conseguenza contro tutto il genere femminile è evidente, l’odio misogino è palpabile.

Sarà evidente per la Faiella, non per altri.
Conosco migliaia di persone (donne e uomini) che condividono il Faiella-pensiero, ma anche migliaia di persone (donne e uomini) che non lo condividono affatto.
La guerra campale è nella sua perversa interpretazione, il servizio non trasuda odio misogino contro l’intero genere femminile. Ripeto: ma lo ha visto realmente?
Forse è lei ad odiare gli uomini, tutti, sempre, e tende a proiettare il suo odio a ruoli invertiti.
La presunzione non può spingersi fino al punto che i suoi pregiudizi diventino la Verità e le opinioni diverse siano da gettare alle ortiche perché sbagliate.
Bell’esempio di democrazia e di rispetto per le opinioni altrui, non c’è che dire.
Esiste anche chi la pensa diversamente, se ne faccia una ragione.

Del resto, adesso Le Iene è presentato da Teo Mammuccari, conduttore da sempre simpatico come un avviso di sfratto, noto per la sua solidarietà con il genere femminile: le ragazze seminude che posizionava sotto tavoli di vetro, già pronte in posizione “fellatio”, ne sono state fulgido esempio.

Ehilà! Da cosa deriva questa interpretazione ardita? 
Che Flavia Vento stesse a Mammuccari come la Lewinski a Clinton è una fantasia della Faiella, niente di più.
Flavia era derisa per la sua pochezza, è vero; ma essere utilizzata per le smanie sessuali del conduttore è un’altra cosa.
La derisione, tuttavia, assume per la Faiella valenza diversa in rapporto a chi faccia cosa.
Fabio Fazio, ad esempio, viene deriso, sbeffeggiato, insultato ed umiliato pubblicamente da Luciana Littizzetto, immancabilmente da anni. E la gente applaude.
Umiliazioni esplicite e reiterate, sull’inferiorità maschile in generale e di Fazio in particolare, sulla sua stupidità, sul carattere, sull’aspetto fisico, sull’abbigliamento, sulla capigliatura …  umiliazioni protratte nel tempo molto più a lungo del programma-meteora di Mammuccari, eppure non abbiamo mai letto una riga di biasimo della Faiella.
È questa la sua idea di politically correct?
Se un uomo umilia una donna è uno scandalo, se una donna umilia un uomo è tutto ok, la Faiella non impugna l’ascia di guerra..

Che esistano ex mogli perfide e vampire succhiatrici di sangue siamo tutti d’accordo. Io non ne conosco, ma sicuramente esistono. Io conosco una valanga di ex mogli disperate che non ricevono un euro dal loro ex marito, ex marito quasi sempre più ricco di loro, che spesso intraprende lotte all’ultimo sangue a suon di avvocati.

È vero, è noto che gli uomini italiani, soprattutto se separati, siano fra i più ricchi al mondo.
Infatti potrebbero tutti vivere nei castelli di famiglia con cameriere e maggiordomi, ma si fingono ridotti in miseria per scroccare alloggi di fortuna nella casa del papà.
Faiella, quello intervistato da Lucci dorme in macchina perché non ha altro, chiaro?
Non è un attore pagato per recitare la parte, è disperato DOC.
Per uno intervistato ce ne sono altre migliaia che in tv non andranno mai, ma ciò non significa che l’esercito dei separati sia fatto da benestanti.
Poi c’è pure il piccoletto di Arcore che passa alla ex 100.000 eurucci al giorno, ma quello nel servizio non compariva.

Nonostante questo, cioè il fatto che io non ne conosca, sono certa che esistano ex mogli stronze. Che le ingiustizie, o meglio i reati, ai danni delle ex mogli siano un falso, questo invece non lo credo.

Che c’entra, di grazia?
Il servizio delle Iene diceva questo?
Nessuno degli intervistati ha parlato di massimi sistemi, ognuno ha raccontato la propria storia personale, punto e basta; non dovevano farlo?
Dovevano dire “non posso rispondere o se rispondo tagliate tutto, sennò poi la Faiella ci rimane male”?
Da notare: l’unica intervistata per parlare del fenomeno-violenza è una donna, Ilaria Perulli, della cooperativa che gestisce la casa del papà.

L’odio misogino è di moda. Non solo alle Iene. Qualcuno, in Italia, sta arrivando a negare che la violenza contro le donne sia un’esagerazione, forse anche una menzogna. I dati Istat parlano chiaro, un femminicidio ogni tre giorni in Italia. (…)

Non ci siamo.
Alessandra Faiella parla di dati ISTAT, cercando di avvolgere con un alone di ufficialità ciò che ufficiale non è affatto. Li citi, questi dati ISTAT che non ha mai visto nessuno.
Le fonti che catalogano il neologismo femminicidio sono associazioni, comitati e movimenti che prevalentemente si occupano di donne vittime di violenza: Telefono Rosa, Inquantodonna, SeNonOraQuando, ed altre.
Nessuna fonte ufficiale pubblica dati sul femminicidio, ne’ l’ISTAT, ne’ il Ministero dell’Interno (Polizia), ne’ il Ministero della Difesa (Carabinieri).
Non si tratta di boicottaggio o dimenticanza, il motivo è molto più semplice: il femminicidio non è un criterio di rilevazione riconosciuto.
Forse lo sarà in futuro, il fortissimo movimento d’opinione che si sta sviluppando tende proprio a questo, ma ad oggi ancora non lo è.
Quindi non esistono dati ufficiali, checché ne dica la Faiella, e le uniche fonti (peraltro fortemente discordanti fra loro) restano le associazioni di categoria, in totale assenza di verifiche istituzionali.
Il guaio è che non esistono nemmeno verifiche fai-da-te.
Il dato delle circa 120 donne uccise ogni anno (ma alcune fonti citano 140, 160, anche 240) viene accettato acriticamente da chiunque, a cominciare da politici e giornalisti per continuare con opinionisti e conduttori televisivi.
Quante persone, fra coloro che si accodano al vento prevalente ripetendo il mantra “emergenza femminicidio”, si sono realmente prese il disturbo di verificare a cosa corrisponda la propagandata “strage”?
Chi lo ha fatto ha riscontrato dati gonfiati rispetto alla realtà.
Prof.  Vincenzo Mastriani: 67 casi reali di femminicidio su 127 dichiarati tali nel 2010
Avv. Paola Tomarelli (che scandalo, una donna!): 57 casi reali su 238 dichiarati nel 2012

Che bisogno c’è di costruire un allarme fittizio?
Circa 50/60 donne uccise ogni anno è un dato gravissimo.
Ma sarebbe gravissimo anche se il totale fosse 30, 15, 5 … anche una sola donna uccisa è troppo.
Nessuno può arrogarsi il diritto di essere padrone di un’altra persona.
È inaccettabile ogni singola vita - maschile e femminile - persa a causa della possessività altrui.
Deve essere inaccettabile per l’intera società civile, la grande maggioranza: decine di milioni di cittadine e cittadini responsabili, uniti nello schierarsi contro una minoranza deviante.
Perché di questo si tratta: per quanto terribile possa essere il fenomeno, resta circoscritto ad una sparuta minoranza di barbari criminali.
Ciò che sorprende è come da questa sparuta minoranza si faccia nascere l’esigenza di “rieducare” l’intera popolazione maschile.
Altra domanda: è corretto l’atteggiamento di chi riconosce la gravità delle uccisioni, di qualsiasi uccisione, anche fossero “solo” qualche decina?
O forse è più corretto l’atteggiamento di chi ha bisogno di gonfiare i dati, parlando di centinaia?

(---) Alcuni uomini, pochini a dire il vero, cominciano ad interrogarsi se non ci sia qualche seme di psicopatologia nel genere maschile.

Simpatico esempio di razzismo.
La psicopatologia non riguarderebbe i comportamenti devianti di una minoranza violenta, ma l’intero genere maschile. Tutti carnefici, dal Dalai Lama a Gino Strada, da Napolitano a Dario Fo.
L’atteggiamento corretto, l’unico tollerato, sarebbe quello di ammette la propria inferiorità rispetto al genere femminile. Ma lo fa una minoranza, gli altri sono bestie.
Razzismo di genere? Nooooo, lo scrive la Faiella, quindi è politically correct.

Gli altri tacciono, continuando tranquilli a tagliarsi le unghie dei piedi col tronchesino davanti alla tv, sfregiando con i monconi di unghia volanti, le piante del salotto.

Ah ah ah ha! Che simpatica, ecco che salta fuori la vis comica.
Come direbbe Totò, mi scompiscio.
Sarebbe il caso di rispondere per le rime?
Si potrebbe dire che le virago alla Faiella, quelle che non si interrogano sulla la psicopatologia femminile schiava di ideologie e pregiudizi, continuano tranquille ad adottare altri beceri comportamenti femminili, tipo intasare gli scarichi ignorando i cartelli che chiedono di non gettare assorbenti nel cesso?
Ma no, non mi interessa competere sul terreno della denigrazione che sembra essere tanto caro alla nostra comica prestata al sociale. 

Se in Italia venisse ucciso un maschio ogni tre giorni, se un uomo su tre tra i 16 e i 70 anni fosse stato vittima nella sua vita dell’aggressione di una donna, se 6 milioni 743 mila uomini avessero subito violenza fisica e sessuale da parte di donne, come dicono gli ultimi dati Istat (a proposito del genere femminile ovviamente), se quasi 700mila uomini, avessero subito violenze ripetute dalla partner e nel 62,4% dei casi i figli avessero assistito a uno o più episodi di violenza; se, continuamente, gli uomini fossero vittime di molestie, stalking, palpeggiamenti vari, se tutto questo fosse per assurdo la condizione maschile in Italia, succederebbe il finimondo.

Ma per favore … eviti di pontificare in merito a ciò che non conosce, fa più bella figura.
Da noi si parla solo di vittime femminili, da decenni.
È doveroso che lo si faccia, il problema è la mancanza di dati oggettivi a 360°, per cui sembra (deve sembrare?) che il fenomeno a ruoli invertiti non esista.
La vittima maschile di violenza domestica esiste eccome, ma è volutamente ignorata, solo in Italia.
C’è sull’argomento una letteratura scientifica infinita, studi provenienti dagli immancabili USA e UK ma anche da Filippine, Spagna, Iran, Brasile, Canada, Messico, etc.
Ovunque venga studiato, il fenomeno “violenza” registra autori e vittime ambosessi, con modalità simili sia per gravità che per ricorsività.
Da noi viene studiato solo un aspetto del problema, quindi mettendo sotto i riflettori solo l’aspetto A si ottiene il risultato di oscurare l’aspetto B.
Delle vittime maschili non se ne parla perché non esistono, o non esistono perché non se ne parla?

(…) Invece la questione continua a riguardare la violenza sulle donne da parte di uomini, una violenza di massa di segno opposto non esiste.

Esiste, eccome
Il fatto che la ignori la Faiella non vuol dire che non esista.
Si documenti un po’, studiare non fa mai male.

Eppure, di fronte a tutto ciò, gli uomini, anche quelli sani, anche quelli non violenti dormono. Gli altri, i malati, se si svegliano è anche peggio.
E di fronte a tutto ciò io continuo ancora a sentire questa frase: “Sì, ma le donne usano la violenza verbale“. Verissimo. Infatti mi associo anch’io: “Ma vaffanculo!”

Che classe ! Grazie di cuore … da lei non potevamo aspettarci una conclusione diversa

Padri separati, quelle iene delle ex mogli

la favola del Sistema Marcio

Bimbobello nel Paese degli Orrori



C’era una volta un regno felice, il Paese Normale.
Nel Paese Normale, contea di Ailgup, c’era una famiglia separata, una fra tante.
Nella famiglia separata c’era un bambino, Bimbobello, che durante la settimana viveva con la mamma Marinonza e nel weekend andava dal papà Francescone.
Niente di strano, nel Paese Normale i casi simili sono decine di migliaia.
Un giorno, però, Bimbobello comincia a subire una serie di cose che nessun bambino dovrebbe subire: schiaffi, cinghiate, botte di ogni tipo, insulti, umiliazioni continue …
Bullismo scolastico? Microcriminalità fra coetanei?
No, è la mamma.
Ma dai … in un Paese Normale le mamme amano i propri figli, non farebbero mai loro del male
Eppure succede.
Marinonza mena, ammazza se mena! … il primo a non credere che stia succedendo è proprio Bimbobello
È sconcertato, non sa che fare, non ha il coraggio di protestare, prende le botte e tace, spera solo che le cose cambino.
E infatti cambiano, ma in peggio.
Le urla e le botte diventano sempre più frequenti, poi si aggiungono le minacce:
“non ti azzardare a parlare con nessuno”
“non dire niente a tuo padre, alle maestre, al sacerdote”
“se fiati ti ammazzo”
“i fatti di casa rimangono in casa”
Bimbobello vorrebbe sfogarsi col padre, ma è terrorizzato; sa che il padre potrebbe dire o fare qualcosa, ma sa anche che poi lui dovrà tornare a casa dalla madre, ed ha paura della terribile vendetta.
Passano i mesi e le violenze continuano, si aggiungono anche i nonni.
Invece di proteggere il nipotino partecipano agli insulti, alle punizioni, alle minacce.
Bimbobello non regge più.
Di notte le lacrime si sprecano, ma il buio della sua cameretta è l’unica oasi di pace perché sa che il mattino successivo il calvario comincerà di nuovo.
Arriva giugno, l’estate si avvicina, Bimbobello sa che andrà in vacanza col padre; allora prende il coraggio a due mani e sfida per la prima volta le minacce materne: parla con papà Francescone , racconta, descrive, piange, si sfoga.

Francescone è un pezzo d’uomo, famoso nella contea di Ailgup e nel borgo di Onarutut per non aver mai tremato davanti a nessun pericolo, ma in questa occasione si sente indifeso, perplesso, indeciso.
Non sa cosa fare: può essere tutto vero ciò che racconta il figlio? Deve andare da Marinonza e spaccare tutto? Deve dare retta alla pancia e correre in commissariato a denunciare, o dare retta alla testa e verificare prima di fare qualsiasi passo?
Francescone conta fino a 10, ma non serve a calmarlo.
Allora conta fino a 1000, poi 10.000, poi 100.000 … che fare?
Si sforza di ragionare, di rimanere calmo, contatta avvocati, psicologi e specialisti di ogni tipo per consultarli sul bene del bambino.
È sincero? Accade veramente tutto quello che descrive? Non è che per caso esagera? Non sono fantasie?
La risposta degli esperti è drammatica: purtroppo è tutto vero
Bimbobello ha chiesto aiuto, ha bisogno di essere protetto, ha chiesto di vivere col padre, ha realmente bisogno di essere salvato dall’ambiente malsano in cui vive.
Francescone non si tira indietro, è disposto a tenere il bambino con se, ma vuole fare tutti i passi necessari per essere a posto e soprattutto per far essere a posto Supercucciolo; lo tranquillizza, gli dice che faranno tutto il necessario per evitare passaggi traumatici, aspetteranno le vacanze estive e poi rimarrà con lui.

Bimbobello è deluso, sente di non essere creduto.
È un bambino, poco avvezzo quindi ai lacci e laccioli dell’iter legale, crede che basti chiedere qualcosa per avere la garanzia di ottenerla.
Ha taciuto per tanto tempo, ora che ha trovato il coraggio di parlare vorrebbe soluzioni immediate, protezione immediata, ascolto immediato.
Aspettare, verificare, valutare, scrivere ed attendere risposte sono modalità che mal si conciliano con le sue aspettative di giustizia infantile.
Se ha chiesto di vivere col padre, perché non può farlo da subito?
Teme che il padre non gli creda, quindi si preoccupa di avvalorare il suo racconto con delle prove.

Sono svegli i ragazzini di oggi, e Bimbobello è più sveglio della media.
Col cellulare registra le liti, gli insulti, le minacce; scrive poi un diario, sul quale annota episodi violenti, insulti, date; elabora anche frasi in codice con le quali, al telefono, fa capire al padre che ha Marinonza di fronte a controllare quello che dice e quindi non può essere sincero .
In un Paese Normale i bambini sono molto meno tonti di quanto si possa credere; sono anche capaci di calarsi nei panni di 007, se serve.

Arrivano le vacanze estive, per Bimbobello è la fine di un incubo, finalmente può rimanere da Francescone e non fare più ritorno nella casa degli orrori.
Al padre consegna diario e registrazioni: “tienimi con te, non mandarmi più li”.
“Ok tesoro mio, ma bisogna fare le cose per bene. Non posso prendere iniziative autonome, dobbiamo andare da un giudice”.
Vanno dai Carabinieri e Bimbobello è un fiume in piena: racconta tutto sulle violenze subite, racconta della madre e dei nonni, racconta dell’avvocato che voleva convincerlo a stare zitto “per non rovinare la famiglia”, racconta le botte, gli insulti, le minacce, le umiliazioni … racconta l’inferno.
I Carabinieri capiscono, è indispensabile farlo ascoltare da un giudice, e Bimbobello non si ferma più: la sua versione non si sposta di una virgola, al giudice ripete cosa ha subito e da parte di chi.
Il giudice non crede alle proprie orecchie, per sicurezza chiede a Bimbobello di ripetere tutto ad un altro giudice.
Il bambino non si fa pregare, è troppo tempo che sopporta in silenzio e non vede l’ora di essere ascoltato da chi ha il potere di intervenire: ripete il suo calvario ad un altro giudice, non vacilla, anzi, aggiunge particolari del passato che gli tornano alla mente.
La soluzione è inevitabile: Bimbobello resta da Francescone e non fa ritorno da Marinonza, che potrà incontrarlo solo di fronte ai Reali Controllori, i Follettisociali.
Giustizia è fatta?
In un Paese Normale, si
Ma all’orizzonte si profila una sciagura: oscure figure tramano nel buio per trasformare il Paese Normale in qualcosa di terribile.

È notte.
Nel bosco, attorno ad un fuoco, si incontrano la strega Presidonza, la Strega Avvoconza, gli Orchi Nerovestiti, i Follettisociali, la Maga Cittiù.

“Cos’è successo nel borgo di Onarutut?”
“… ma è vero che un bambino è stato ascoltato? ”
“vero, vero … e uno dei nostri, un Nerovestito, gli ha pure dato ragione.”
“noooo !!!…. e il potere della Baracca dove va a finire? ”
“guai se i bambini avessero voce in capitolo … noi che ci stiamo a fare? ”
“oh, la Baracca è la Baracca … ”
“solo noi sappiamo ciò che è giusto, ciò che va deciso, ciò che va fatto”
“beh, insomma … veramente noi sappiamo solo ciò che serve a mantenere in piedi la Baracca …”
“oh, ma che sei matto? ‘Ste cose non si dicono, se qualcuno se ne accorge è finita”
“noi Orchi Nerovestiti chiamiamo la Maga Cittiù per farci dire cosa fare”
“io Maga so benissimo cosa volete voi Nerovestiti, vi assecondo sennò non mi chiamate più”
“hai fatto caso che chiamano sempre le stesse maghe?”
“beh, cocca, mica so’ scema … io pure tengo famiglia...dico ai Nerovestiti quello che i Nerovestiti vogliono sentirsi dire ... sono anni che in questo Sistema ci mangio con la forchetta d'oro”
“quindi noi fingiamo di fare quello che dice la Maga, ma tanto la decisione era già presa in partenza.”
“alla fine arrivano i Follettisociali e pure loro danno ragione ai Nerovestiti”
“insomma se qualcosa non funziona la colpa è sempre della gente, mai del Sistema”
“noi siamo infallibili, siamo intoccabili, siamo invincibili, siamo la Baracca”
“ eh eh eh eh eh … tu dai ragione a me e io do ragione a te, da sempre funziona in questo modo”
“così la Baracca è blindata, mi pare giusto”
“e mo’ che succede? Arriva un ragazzino e decide lui cosa è meglio fare?”
“ma siamo matti?”
“ragazzi, ‘sta cosa bisogna sistemarla in qualche modo”
“si, si, il nostro Potere deve essere sbattuto in faccia a tutti”

Riunita attorno al fuoco c’è una pericolosissima setta, la Baracca del Malaffare, che decide di fare un incantesimo terribile: cambiare il Paese Normale e trasformarlo in un Paese degli Orrori.
Nel pentolone fanno bollire pregiudizio di Nerovestito, servilismo di Maga Cittiù, arroganza di Follettosociale, criminalità di Avvoconza, innocenza di bambino, impotenza di genitore e gli immancabili sangue di drago ed ala di pipistrello, tanto per dare al miscuglio l’inconfondibile profumino di pozione magica.
Poi il miscuglio viene sparso in volo sul Paese Normale da 666 corvi al servizio della Baracca del Malaffare, e nulla fu più come prima.

Come per incanto salta fuori un provvedimento che impone a Francescone, per il bene del bambino, di riportare Supercucciolo da Marinonza.
Ma come, deve riportarlo da dove è scappato, dove lo pestavano?
Questo sarebbe il bene del bambino?
Che fine fanno le dichiarazioni di Bimbobello, verbalizzate dai Carabinieri e dai Giudici?
È questo il modo di proteggerlo?
Poi inizia l’anno scolastico, e Francescone prova ad iscrivere il figlio a scuola; niente da fare, la Baracca del Malaffare è fiancheggiata dalla strega Presidonza che si oppone con tutti i mezzi.
Quindi salta fuori un altro provvedimento che impone a Francescone di portare Bimbobello alla scuola di Arfassam che frequentava quando viveva con Marinonza, a 100 km di distanza.
Francescone ovviamente rifiuta di sottoporre il figlio ad una fatica idiota ed orari ancora più idioti: c’è una scuola a 200 metri, perché gli vietano di andare li?
Ma la Baracca è avviata, ormai è inarrestabile.
Infatti salta fuori un altro provvedimento che scarica la responsabilità di tutto sul padre: se Bimbobello non va a scuola la colpa è sua, che vuole evitare al figlio di alzarsi alle 5 del mattino per fare 200 km al giorno, 1000 km a settimana, 30.000 km l’anno.
Non è finita: i Follettisociali convocano padre e figlio sempre ad Arfassam, ai soliti 100 km di distanza. In fondo sono previdenti … forse vogliono far abituare il bimbo all’idea che la Baracca ha deciso, è inutile che metta radici ad Onarutut tanto li non rimarrà.
Poi l’ultima perla, che rivela i perché dell’ostracismo costruito pezzo per pezzo fin dall’inizio: la Baracca vuole che Bimbobello debba essere tolto a Francescone, deve andare in un istituto che si trova nello stesso borgo della madre, ad Arfassam.

Perché?
Già, è vero, serve un motivo … che ci vuole, adesso se lo inventano … eccolo qua: è ovvio, deve essere tolto al padre per essere ascoltato dalla Maga Cittiù.
Embè? La Maga non poteva ascoltarlo mentre vive normalmente con la sua famiglia, come avviene in decine di migliaia di casi?
La Baracca deve coprire le sue malefatte, deve giustificare le porcate fatte in precedenza, deve ribadire la propria onnipotenza.
Sono stati fatti degli errori, tanti;
· non viene trasferita la residenza del bambino presso l’abitazione paterna, nonostante fosse vietato alla madre di incontrare Bimbobello
· Se può incontrare la madre solo una volta a settimana sotto il controllo dei Folletti, come può continuare a vivere li? Come può mantenere la residenza in un posto dal quale vuole fuggire?
· non viene permessa l’iscrizione ad una scuola diversa da quella che è nello stesso paese dell’istituto
· non viene preso alcun provvedimento nei confronti del genitore abusante: non c’è la revoca della potestà genitoriale, non c’è un rinvio a giudizio per maltrattamenti in famiglia
· l’unica minaccia penale è ai danni di chi protegge il bambino, non ai danni di chi gli ha fatto del male.

Ma la Baracca del Malaffare si sente infallibile, metterà in atto qualsiasi bestialità pur di non ammettere i propri errori.
Perché accanirsi nel non ufficializzare il legame di Bimbobello con Onarutut?
Perché mantenere saldi i legami con Arfassam, servizi, scuola, istituto?
Qualcosa lascia credere che la decisione di chiudere Bimbobello nell’istituto di Arfassam fosse già presa in partenza?
Il Gran Visir Andreottibus diceva: pensare male non sempre è bello, però molto spesso ci si azzecca.

Ma si, chissenefrega dei bambini, l’importante è che il potere della Baracca trionfi.
Bimbobello è distrutto: era felice per aver trovato il coraggio di liberarsi dalle violenze e chiedere aiuto alle istituzioni, ora sa che l’unico aiuto che sanno dargli le istituzioni è quello di chiuderlo nella prigione dei bambini.
Ha un padre ed una nonna che lo adorano, ma deve essere rinchiuso in un luogo dove degli estranei si occupano di lui a pagamento.
Sa tanto di punizione, “così impari a stare zitto”
Forse aveva ragione la Strega Avvoconza, quella che voleva convincerlo non dire niente di ciò che era successo.
Se questa è la soluzione, era meglio continuare a tacere e prendere le botte in silenzio.

Bimbobello ha provato a reagire, ma la Baracca gli si è rivoltata contro.
Impara, bambino, impara: la Baracca non è li per aiutarti, esiste solo per legittimare se stessa.
Se provi a dire la tua opinione, assicurati prima che coincida con l’opinione della Baracca.
Altrimenti sono guai.
Imparate, genitori, imparate: il Potere è abituato ad essere servito, ossequiato, assecondato.
È un meccanismo ben rodato, chi siete voi per credervi ingranaggi estranei al meccanismo?
Se non chini la testa vieni stritolato … 10 anni per ottenere una risposta, alla fine una sentenza che grida vendetta e altri 10 anni per impugnarla.
Tanto la Baracca non ha problemi di tempo, sono pagati anche se il loro lavoro non risolve problemi e bisogni della cittadinanza, non sono chiamati a rispondere degli errori, si autocontrollano, si autodisciplinano, si autosanzionano (beh, autosanzionano ... si fa per dire!)

C’era una volta un Paese Normale
Adesso non c’è più.
Dopo l’incantesimo della Baracca del Malaffare, di normale non è rimasto nulla