Violenza domestica ai danni di soggetti maschili
Percorso alla scoperta di un
fenomeno deformato dai media, inesistente nelle politiche di sostegno alla
vittima maschile, poco approfondito dal mondo accademico, rimosso dalla
coscienza sociale.
Una corposa letteratura
scientifica internazionale evidenzia la carenza di studi specifici in Italia,
ove il fenomeno è pressoché ignorato.
L’Osservatorio Permanente
sulle Famiglie Separate (FeNBi) ha effettuato un’analisi di oltre 6.500 articoli
di cronaca nera che registrano soggetti maschili come vittime di violenza
femminile, all’interno della coppia e/o
del nucleo familiare.
Ferma restando una larga
prevalenza di soggetti maschili quali autori di un agito violento - tra le mura
domestiche e non solo - lo studio analizza la percentuale minoritaria, vale a
dire le condotte aggressive e criminose delle quali un soggetto maschile può
essere vittima all’interno del rapporto di coppia, rilevando come rispondano a
criteri diversi rispetto alla violenza esercitata a ruoli invertiti: per
modalità, strumenti, tasso di premeditazione, motivazioni.

Il percorso si snoda
attraverso cinque punti
- Cosa accade
- Come accade
- Perché accade
- Il ruolo della vittima
- La lettura sociale
1) COSA ACCADE
la violenza femminile,
contrariamente alla percezione diffusa nell’immaginario collettivo, si
esplicita attraverso una vasta gamma di modalità.
Analizzando differenze ed
analogie rispetto alla criminalità maschile, emerge come l’uxoricidio “rosa” sia
seguito in percentuali significative da tentativi di depistaggio, il 21% dei
casi presi in esame.
Occultamento di cadavere,
simulazione di suicidio della vittima, simulazione di incidente o aggressione
ad opera di terzi (rapina, debiti insoluti, lite occasionale, altro )
Una prerogativa pressoché
esclusivamente femminile è l’infanticidio (soppressione dei figli neonati). Anche
per quanto riguarda il figlicidio (soppressione dei figli, non in prossimità
dell’evento-parto) la donna prevale nella misura del 79%.
Aggressioni a mani nude o con
corpi contundenti, che provocano lesioni anche gravi, interessano con maggiore
frequenza fasce d’età adolescenziali (bullismo rosa). Va detto che le baby gang
femminili, anche in contesti scolastici, indirizzano atti violenti contro
coetanei ambosessi.
Gli atti persecutori
sanzionati ai sensi dell’art. 612 bis (stalking) registrano autrici femminili
in percentuali che oscillano, a seconda delle Procure, tra il 22 ed il 28%.
Il filone emergente,
tuttavia, è quello che prevede la distruzione del partner-padre.
Violenza prevalentemente psicologica
nei confronti dell’ex partner e dei figli, attraverso la manipolazione dei
minori e la delegittimazione progressiva della figura paterna, fino a
raggiungere una castrazione del ruolo genitoriale.
L’interruzione forzata di un
intero progetto di vita ed i rapporti con i figli privati di qualunque
spontaneità, gravemente limitati nei tempi e nei modi imposti per sentenza,
costituiscono una inibizione violenta tanto dei più forti istinti naturali
quanto delle sovrastrutture culturali, un’aggressione alla sfera più intima e
personale dei soggetti coinvolti - adulti e minori - assimilabile ad un vero e
proprio stupro delle relazioni.
Lo stupro delle relazioni,
inoltre, si aggrava ogniqualvolta il pur limitato “diritto di visita” viene
subordinato al volere del genitore che esercita un reale potere sulla prole,
quando cioè il genitore prevalente[1]
ostacola o impedisce gli incontri dell’altro con i figli.
2) COME ACCADE
Modalità
L’utilizzo
di armi da punta e taglio risulta prevalente rispetto alle armi da fuoco,
contrariamente a quanto si registra nelle le statistiche dei delitti maschili.
Largo
uso di armi improprie: forbici e rasoi, attrezzi agricoli, utensili da lavoro, sostanze
corrosive, folgorazione da corrente elettrica, etc.


Alto tasso di premeditazione.
Il
delitto d’impeto rimane una caratteristica prevalentemente maschile, mentre l’omicidio
ed il tentato omicidio femminile si concretizzano - in percentuali più che
doppie rispetto agli stessi reati maschili - attraverso una pianificazione
dell’evento.
Strettamente
correlato ad una strategia premeditata è l’utilizzo di veleni, farmaci
somministrati in dosi letali e sostanze tossiche in generale, modalità tipicamente
femminili non solo nella mitologia e nella letteratura ma anche nella cronaca.

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Il delitto su commissione.
Due
le modalità principali: attraverso terze persone reclutate allo scopo, oppure
attraverso un coinvolgimento emotivo (sessuale e/o affettivo) del complice.
In
sostanza può esserci chi assolda uno o più sicari, come pure chi fa eliminare
il marito dall’amante, anche agendo in concorso con l’assassino. Il
coinvolgimento dell’amante registra un aumento percentuale per il reato di
occultamento di cadavere.


False accuse
Filone
emergente, testimoniato direttamente dalle operatrici del diritto con diverse
specializzazioni (Sostituti Procuratori, Consulenti dei Tribunali, Avvocati).
Ferma
restando la conquista di civiltà rappresentata dai centri antiviolenza, si
riscontra un aumento dell’utilizzo fraudolento dei centri stessi per obiettivi
diversi da quelli dichiarati.
L’obiettivo
dichiarato dovrebbe essere quello di cercare protezione dal soggetto abusante, ma
in percentuali anomale emerge come il presunto abusante non sia abusante
affatto, ed il reale obiettivo della denunciante è quello di liberarsi in
fretta del compagno (marito o convivente), utilizzando il codice penale come
scorciatoia per ottenere privilegi economici ed escludere il denunciato dalla
vita dei figli.
Accade
in percentuali che oscillano tra il 70 ed il 90% dei casi, a seconda delle
Procure.
Testimonianze
sulla consuetudine consolidata di utilizzare la falsa denuncia le hanno fornite
Barbara
Bresci - Sost. Proc. Trib. Savona
Carmen
Pugliese - Sost. Proc. Trib. Bergamo
Monica
J. Magi - Sost. Proc. Trib. Pistoia
Chiara
Camerani - Docente di Criminologia, Un. L’Aquila
Sara
Pezzuolo - psicologa giuridica, Firenze
Maria
Carolina Palma - CTU Trib. Palermo
Rossana
Alfieri - pedagogista clinica, Roma
Clara
Cirillo - Presidente AGI (Ass. Giuristi Italiani), Messina
Cristina
Nicolini - Avvocato matrimonialista, Bologna
Benedetta
Priscitelli - Neuropsichiatra infantile, Parma
Loretta
Ubaldi - Criminologa, Pedagogista, CTU Trib. Roma, Roma
Jolanda
Stevani -– Psicologa forense, Roma
Daniela
Piccione - Avvocato matrimonialista, Palermo
Rosa
Di Caprio - Avvocato matrimonialista, Napoli
Emergono quindi percentuali anomale di false accuse, raccolte in un
dossier depositato in Senato nel luglio 2011. Ad ulteriore conferma, il fenomeno
viene rilevato anche dalla Polizia di Stato che nella rivista ufficiale Polizia
Moderna parla testualmente di “epidemia
di denunce (…) la maggior parte
delle quali, spesso le più infamanti, si dimostrano (…) false
o inattendibili. Le denunce “false” costituiscono un’ampia gamma di resoconti
non corrispondenti alla verità/realtà dei fatti che vanno dalle dichiarazioni
menzognere sostenute dalla precisa volontà e finalità di danneggiare l’ex
marito-padre, alle dichiarazioni erronee a causa di una interpretazione
distorta della realtà”.
Il dato estremamente rilevante è la capillarità delle fonti, in quanto
la Polizia di Stato registra dati provenienti da tutti i commissariati
d’Italia.
3) PERCHÉ ACCADE
Gelosia, vendetta, incapacità
di accettare la fine di un rapporto.
Sono
le motivazioni generalmente addotte quando ad agire violenza è un uomo, ma l’analisi
della casistica dimostra come una gelosia morbosa ed una malsana sensazione di
possesso dell’altro siano alla base anche di episodi di criminalità femminile.
Reazione a molestie, percosse
o angherie di varia natura.
Motivazione
tipicamente femminile. Il rapporto causa-effetto fra una violenza subita e
quella agita in risposta è percentualmente irrilevante nella casistica
maschile.
Motivazioni economiche
Omicidio
o tentato omicidio con l’obiettivo di liberarsi del coniuge, quando questi
rappresenta un ostacolo al raggiungimento di beni diversi (per riscuotere
un’assicurazione, per accedere ad un’eredità, per un patrimonio immobiliare), o
per nascondere alla vittima vistosi ammanchi (per forti perdite al gioco, per
mantenere un amante tossicodipendente, per speculazioni sbagliate)


Liberazione, percezione
dell’impossibilità di fare altro
“non voleva la separazione”, “non lo
sopportavo più” oppure “ero
esasperata”sono motivazioni ricorrenti nelle dichiarazioni delle donne uxoricide.
Nonostante la legge offra gli strumenti per liberarsi di un coniuge percepito
come ormai intollerabile, indipendentemente dal consenso tra le parti, in
alcuni casi detti strumenti non vengono utilizzati e l’unica soluzione
possibile appare l’eliminazione fisica della persona causa di malessere.


Figli contesi
La
madre è, da sempre, largamente prevalente nel ruolo di genitore affidatario o
collocatario dei figli minori: tuttavia nei rari casi di custodia al padre la
reazione violenta ricorre nella casistica femminile. La cronaca annovera casi
di intimidazioni, pestaggi, gambizzazioni ed omicidi commissionati e/o eseguiti
da madri non affidatarie, inoltre in caso di perdita della prole ad opera dei
Servizi Sociali si registrano anche casi di violenza auto diretta.
Ne
risulta che la pulsione violenta prescinde dal genere, non appartiene al
maschile ma al concetto di interruzione
del progetto genitoriale.
La
casistica maschile - auto ed etero diretta - risulta da sempre prevalente nella
violenza causata dai figli contesi. I dati oggettivi dicono che, con la
separazione, il padre diviene il genitore marginale nella grande maggioranza
dei casi; capovolgendo ipoteticamente la casistica è verosimile che risulterebbero
capovolte anche le percentuali di reazioni violente.
VOLEVA VEDERE LA FIGLIA: UCCISO A MARTELLATE
UCCIDE A
SPRANGATE EX MARITO
CHE AVEVA
L’AFFIDO DEL FIGLIO
vittima un padre
35enne, il corpo nascosto in un fusto d'olio nel garage di casa
Legittimazione culturale
In
particolar modo nella lettura dei media, compare la modalità comprensiva/legittimante
che viene meglio analizzata al 5° punto.
In
occasione di delitti femminili la cronaca riporta sovente titoli quali “il
delitto del troppo amore”, “una strage per un amore impossibile”, “ha ucciso
chi amava di più”.
Chiavi
di lettura del tutto assenti in occasione di delitti con autori di genere
maschile.
Anche
nell’erogazione delle pene si registra una vistosa asimmetria valutativa, che
trova conferma nelle casistiche statunitensi, canadesi, britanniche: la donna
che delinque viene prevalentemente considerata malata e/o preda di
un’alterazione ormonale, comunque incapace di intendere e volere; l’uomo è invece
considerato un criminale lucido e cosciente, senza attenuanti.
Philip Resnick osserva una netta tendenza a considerare la donna
“malata” piuttosto che “assassina”. Nel 68% dei casi le donne finiscono in clinica
psichiatrica mentre solo il 27% scontano una pena detentiva in carcere. Per gli
uomini la situazione sembra essere invertita, visto che solo il 14% viene
inviato in manicomio contro un 72% che viene imprigionato o addirittura
condannato a morte[2].
Marks e Krumar dall’analisi del loro campione, in merito alla soppressione dei figli rilevano che le madri vengono mandate in carcere meno frequentemente rispetto ai padri, pur avendo commesso lo stesso reato di figlicidio. Secondo gli autori la motivazione potrebbe essere la percezione che i padri facciano uso di metodi più violenti per commettere il reato.
Marks e Krumar dall’analisi del loro campione, in merito alla soppressione dei figli rilevano che le madri vengono mandate in carcere meno frequentemente rispetto ai padri, pur avendo commesso lo stesso reato di figlicidio. Secondo gli autori la motivazione potrebbe essere la percezione che i padri facciano uso di metodi più violenti per commettere il reato.
Le percentuali sono 84% dei padri e 19% delle madri puniti con il
carcere per il reato commesso.
I campioni analizzati da D’Orban e Cheung parlano di percentuali ancora più basse, attorno al 10%, di donne in carcere in seguito ad omicidio di adulti o adolescenti, la maggior parte ottiene la libertà condizionale o va in un ospedale psichiatrico.
Anche un altro studioso della Sydney University, Andrei Wilczynsky, sostiene che la giustizia criminale tratta molto diversamente, in ogni fase del processo, le madri che uccidono i loro bambini dai padri che commettono il medesimo reato, seguendo il principio indimostrabile che i padri sarebbero “cattivi” e “normali” mentre le madri sarebbero “pazze” ed “anormali”.
I campioni analizzati da D’Orban e Cheung parlano di percentuali ancora più basse, attorno al 10%, di donne in carcere in seguito ad omicidio di adulti o adolescenti, la maggior parte ottiene la libertà condizionale o va in un ospedale psichiatrico.
Anche un altro studioso della Sydney University, Andrei Wilczynsky, sostiene che la giustizia criminale tratta molto diversamente, in ogni fase del processo, le madri che uccidono i loro bambini dai padri che commettono il medesimo reato, seguendo il principio indimostrabile che i padri sarebbero “cattivi” e “normali” mentre le madri sarebbero “pazze” ed “anormali”.

4 - IL RUOLO DELLA VITTIMA
Omette di denunciare il fatto.
Se è costretto a ricorrere a
cure ospedaliere copre, depista, mente.
Evita di parlare delle
proprie vicende, non le condivide con amici, parenti, colleghi.
Spera di poter risolvere da
solo, è indotto a ritenere umiliante dover ricorrere ad aiuti esterni.
Teme giudizi e derisioni, si
sente inadeguato, perde autorevolezza, stima, considerazione di sé.
La vittima maschile incontra
estrema difficoltà nel riconoscersi come tale. L’uomo in sostanza evita di
confidarsi con amici e parenti, di ricorrere all’Autorità Giudiziaria e quindi
di sporgere denuncia. La percentuale del
sommerso maschile, infatti, risulta essere enormemente superiore al pur
considerevole sommerso femminile. Perché?
Seguendo con assiduità le
lodevoli iniziative dell’On. Ministro
Mara Carfagna a partire dal primo giorno di mandato, non possiamo che esprimere
viva soddisfazione per i concreti risultati ottenuti.
L’introduzione del reato di
stalking nel nostro ordinamento - art. 612 bis c.p. - costituisce, nel suo
intento, una conquista civile dell’intera collettività; così come il centro di
assistenza telefonica 1522 ed i diversi spot televisivi finalizzati a
sensibilizzare la cittadinanza.
Con estremo rammarico, però, si
nota una curiosa lacuna nel principio stesso di pari opportunità, ancora più
curiosa nella misura in cui proveniente proprio dal Ministero per le Pari
Opportunità.
Il concetto di persona vittima di violenza non sembra
appartenere al Ministero guidato dall’On. Carfagna, che preferisce contrastare
la violenza solo qualora ne sia vittima un soggetto di genere femminile.
Le operatrici del citato
1522, ad esempio, non offrono alcuna assistenza qualora chi denuncia di essere
vittima di atti persecutori sia un soggetto di genere maschile. L’istituzione
del servizio viene pubblicizzata esplicitamente come “antiviolenza donne”.
Gli spot televisivi, inoltre,
lanciano un messaggio mistificatorio in quanto lasciano intendere che solo una
donna possa essere vittima di stalking, escludendo a priori che possano
esistere vittime maschili
Postulato smentito dai dati
relativi al primo anno di applicazione della norma, divulgati dallo stesso
Ministro, i quali dati testimoniano un 20% di vittime maschili per le quali non
è stata prevista alcuna misura di sostegno. Vittime alle quali il Ministero
Pari Opportunità nega le pari opportunità; appare una vistosa contraddizione.
Sono apprezzabili le
dichiarazioni ministeriali del luglio 2009, quando - invocando la parola
d’ordine tolleranza zero - l’On.
Carfagna affermava, tra l’altro: “(…) anche un solo atto di violenza contro una
donna è troppo, e richiede una risposta ferma e dura delle istituzioni”(…).
Principio ineccepibile, come
non condividere?
È lecito chiedersi, però,
come mai un solo atto di violenza contro una donna richieda ferme e dure
contromisure istituzionali, mentre il 20% della popolazione maschile può anche
essere abbandonata a se stessa, non meritevole del minimo interesse politico,
legislativo, assistenziale e mediatico. Il 20%, non lo 0,01%
Altro aspetto degno di
considerazione. È stato sottolineato come gli uomini incontrino una maggiore
difficoltà nel denunciare le violenze subite rispetto alle donne, per cui il
sommerso maschile risulta essere enormemente superiore rispetto al sommerso
femminile.
Quali sono le iniziative
istituzionali per far emergere il sommerso?
Se da un lato si sollecitano
- doverosamente - le donne a denunciare, si incoraggiano, si sostengono, si
organizzano campagne mediatiche, si forniscono strumenti quali case di fuga,
centri antiviolenza e call-center di consulenza ed orientamento, dall’altro non
esiste un solo centro di accoglienza per uomini vittime di violenza e non è
prevista la benché minima iniziativa per sollecitare gli uomini a
denunciare.
Ne risulta un dato
incontestabile: la donna che denuncia di aver subito violenza acquisisce lo
status di vittima, l’uomo che
denuncia acquisisce lo status di inetto.
Non viene percepito come
vittima, è emarginato e discriminato ad ogni livello, ad iniziare dal servizio
antistalking 1522 che non è in grado di dare rispostei alle richieste di aiuto
maschili, fino al primo impatto con il commissariato presso il quale la vittima
maschile prova a sporgere denuncia, ove viene accolto di malavoglia, con
sufficienza e spesso anche con umiliante derisione. La risposta più frequente è
un invito ad andarsene, a non intasare inutilmente il commissariato perchè “se non sa cavarsela si trovi un bravo avvocato, certe cose le risolvono loro”
L’uomo che denuncia la
violenza della propria compagna è spinto a vergognarsi di averlo fatto: è
considerato un soggetto inadeguato, da umiliare in quanto incapace di
sbrigarsela da solo magari con modalità del peggiore machismo, quindi reagendo alla violenza subita con una violenza
uguale e contraria.
Un invito più o meno velato a
picchiare quando si viene picchiati non può essere, in alcun modo, una risposta
istituzionale sostenibile.
Non è dato di sapere se
quella di ignorare le vittime maschili sia una strategia voluta o una
dimenticanza fortuita, resta il fatto che il 20% costituisce solo la punta
dell’iceberg di una violenza subita ben maggiore, che (esattamente come è
accaduto per l’utenza femminile) è lecito credere emergerebbe in percentuali
ancor più significative qualora esistesse un corposo incentivo istituzionale.
Il reato di stalking viene
propagandato come una violenza di genere – pur non essendo affatto, dati alla
mano, una esclusiva del genere maschile – mentre le sole ad essere realmente di genere sono, ad oggi, le risposte
istituzionali.


5 - LA LETTURA SOCIALE
Comprensione per l’autrice
Scetticismo nei confronti
della vittima
Asimmetria
giuridico-mediatica
Atteggiamento superficiale di
Magistratura e Forze dell’Ordine
Diverso standard di
valutazione della violenza
Un soggetto maschile non è in
pericolo, non ha bisogno d’aiuto, può cavarsela da solo
Cortina di Pizzo: il
pregiudizio nei media, nella magistratura, nella politica, nelle attività di
supporto sociale e nel sistema educativo, a favore dell’ottica femminile in
generale e femminista in particolare. (Warren Farrell, The Myth of Male Power, 2006)
Secondo tale pregiudizio la
violenza femminile esisterebbe in natura esclusivamente in forma “reattiva”,
vale a dire in risposta di un’altra violenza subita: “quando è un uomo a compiere un atto violento l’attenzione si concentra
sulla vittima e sull’efferatezza del gesto; quando l’atto violento è compiuto
da una donna l’attenzione si concentra
sulle cause che potrebbero averla portata a commetterlo”.
Ne risulta che la violenza
femminile possa anche essere letta con valenza risarcitoria.
A tale scopo è utile fare
riferimento all’esperimento trasmesso dall’emittente ABC News nel 2006.
Clem Taylor, giornalista statunitense
e conduttore della trasmissione Prime Time, ha effettuato un esperimento avvalendosi
di una troupe composta da psicologi, un sociologo ed un antropologo, oltre a
tecnici audio ed operatori video.
Due attori, una ragazza ed un
ragazzo, avrebbero dovuto simulare una lite di fronte ad alcune telecamere
nascoste, mentre la troupe registrava le reazioni dei passanti.
Prima fase: lui aggredisce
lei
Parco pubblico, ore 16. La
lite è pianificata secondo modalità aggressive crescenti: all’inizio l’attore insulta
la ragazza, poi la picchia con un giornale, quindi le strattona gli abiti, la
spintona, la afferra per i capelli.
La tipologia dei passanti è
estremamente varia, anche per quanto riguarda la fascia d’età: una comitiva di
ragazzi, una giovane donna col cane, una coppia di anziani, due joggers, un
uomo corpulento con la figlia, diverse mamme con bambini delle quali una con la
carrozzina, un anziano con bastone, una coppia in bicicletta, etc.
Ogni passante ha mostrato
interesse per la lite e si sono registrate reazioni secondo una scala
crescente: chi ha espresso il proprio biasimo semplicemente fermandosi a
formare un circolo intorno ai due attori, chi è intervenuto verbalmente
(invitando il ragazzo a smettere, insultandolo o minacciando di chiamare la
polizia), chi fisicamente (separando gli attori, bloccando il ragazzo, in un
caso anche gettandolo a terra).
“Passante” è forse un termine
improprio, in quanto la lite - pur svolgendosi volutamente in prossimità di un
viale di passaggio - ha richiamato l’attenzione ed il successivo intervento
anche di gente non esattamente prossima al set.
Seconda fase: lei aggredisce
lui
L’esperimento a ruoli
invertiti è stato ripetuto cambiando giorno ed orario, per evitare di
incontrare frequentatori abituali del parco che potessero smascherare una scena
già vista.
Lei aggredisce lui secondo le
identiche modalità crescenti della prima fase: urla, insulti, giornale, abiti,
spintoni, capelli.
Nessuno dei passanti è
intervenuto, nemmeno fermandosi.
Qualcuno da lontano si è
mostrato incuriosito, ma senza avvicinarsi.
Nessun tipo di intervento,
nemmeno il più blando, ognuno ha continuato per la propria strada e più di un
soggetto ha mostrato empatia per la ragazza-offender invece che per il
ragazzo-target, invitando lei a picchiare più forte, ridendo, mimando le
percosse.
L’esperimento è quindi
entrato nel vivo: i soggetti che hanno assistito alla seconda fase sono stati
fermati, è stato loro spiegato che si trattava di una candid camera ed è stato
somministrato un questionario con la liberatoria e la richiesta di precisare i
motivi del loro comportamento.
Tutti hanno dichiarato
“chissà lui cosa le aveva fatto per spingerla a tanta violenza”.
La dimostrazione empirica
delle teorie di Warren Farrell.
Una persona (un uomo) ha
aggiunto che la donna violenta non può essere un problema: visto che per secoli
hanno subito, è normale che ora si ribellino picchiando, aggredendo, uccidendo.
Pur se si tratta di una
singola opinione, è da considerare anche quest’ultima chiave di lettura; il
carattere risarcitorio della violenza femminile potrebbe far si che l’episodio
non venga valutato in quanto tale, ma come legittima reazione a violenze subite
da altre donne, in altri tempi ed altri luoghi.
Quindi è giusto che un uomo
subisca violenza; il motivo infatti non va ricercato nella eventuale colpa
della vittima, ma si annida nelle colpe accumulate dai suoi antenati.
Teoria quantomeno singolare.
Se fosse valida, oggi renderebbe
legittima l’uccisione di qualsiasi tedesco da parte di qualsiasi ebreo, di
qualsiasi bianco da parte di qualsiasi nero, di qualsiasi prete da parte di
qualsiasi eretico.
Stalking:
sono le donne le più violente
meno
inibite degli uomini nel perpetuare atti di violenza, convinte che tali
comportamenti siano meno gravi se messi in atto da un soggetto femminile



